Zavattarello (Pavia)
  • Epoca: X-XV secolo
  • Conservazione: Ottima
  • Apertura al pubblico:
    Da Aprile a Settembre: Sabato, domenica e festivi - Visite guidate ogni ora - Dalle 14.00 alle 19.00 (Ultimo ingresso alle ore 18.00)
    Mese di Ottobre: Sabato, domenica e festivi - Visite guidate ogni ora - Dalle 14.00 alle 18.00 (Ultimo ingresso alle ore 17.00)
  • Come arrivare:
    A1 uscita Casalpusterlengo-Ospedaletto Lodigiano. In prossimità di Ospedaletto girare a destra e seguire le indicazioni per Badia Pavese, Castel San Giovanni.

La storia
Il castello di Zavattarello, arroccato su un possente sperone di roccia arenarica a guardia delle valli dei torrenti Morcione e Tidone, fu protagonista di numerose vicende storiche e di importanti fatti d’arme.
Esso fu innalzato, probabilmente per volere del monastero milanese di S. Ambrogio, a difesa del territorio circostante. I primi documenti sul borgo di Zavattarellum risalgono al secolo X, quando l’imperatore Ottone I lo cedette in feudo al potente monastero di S. Colombano di Bobbio. Il borgo, lungamente conteso tra Bobbio e Piacenza, passò nel 1169 sotto il controllo di quest’ultima. Nel 1327 il feudo fu concesso dall’imperatore Lodovico il Bavaro al nobile di origini piacentine Manfredo Landi, responsabile della ricostruzione e dell’ampliamento del castello, conferendogli la struttura che è arrivata fino a noi.
Nel 1358 il castello fu sede di uno storico incontro promosso dal duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, tra le famiglie Landi e Beccaria, che sfociò nella Lega di Voghera contro Pavia, colpevole, tra le altre cose, di aver aiutato Giovanni di Monferrato a sottrarre ai Visconti alcuni possedimenti piemontesi, fra cui Asti.
Nel 1390 feudo e castello divennero proprietà a una potente famiglia di condottieri, i Dal Verme, che mantennero la proprietà quasi ininterrottamente fino al 1975, anno in cui la stessa famiglia lo cedette al Comune di Zavattarello.
Durante la guerra di Successione Austriaca, nel 1747, il castello fu seriamente danneggiato da un forte incendio appiccato dai soldati francesi e solo nel 1895 venne restaurato dal conte Carlo Dal Verme.
Ma le vicissitudini del castello non erano terminate: nel 1945, infatti, esso fu nuovamente danneggiato e saccheggiato dalle truppe tedesche. Dal 1987 il Castello è stato oggetto di una estesa opera di recupero da parte dell’amministrazione comunale.

L’architettura
Il castello, in contatto visivo con altri castelli della zona, quali quelli di Montalto Pavese, Rocca de’ Giorgi, Romagnese, Valverde, Trebecco e Pietragavina, è impostato su uno zoccolo scarpato e l’accesso è consentito, sul lato nord, da una pusterla preceduta da un ponte levatoio raggiungibile a sua volta tramite una scala esterna.
La pianta del castello è a poligono irregolare, per meglio adattarsi alla morfologia del terreno. La struttura muraria, il cui spessore raggiunge in alcuni punti i 4 metri, è costituita da blocchi squadrati di pietra locale di colore bruno intenso. Nell’angolo sud-orientale è collocata l’imponente torre maestra, che rappresenta l’elemento difensivo più importante di tutta la struttura. Le facciate dell’intero complesso sono sobrie e imponenti e presentano alcuni particolari architettonici di pregio: una finestra settecentesca, una loggetta ad archi, la cornice del tetto e il portale dell’antico ingresso, impreziosito da un affresco rappresentante un drago avvinghiato ad un albero di mele sul quale è posata un’aquila pronta all’attacco. L’affresco è accompagnato dal motto “Pareda vilis vigilataque poma” ossia “La preda è umile ma i suoi frutti sono ben protetti”, quasi a voler distogliere dall’attacco i possibili assalitori. Al centro del castello si apre una grande corte, i cui lastroni della pavimentazione sono di epoca settecentesca. Molte sono le stanze visitabili.

Bibliografia
  • F. Conti, V.Hybsch, A.Vincenti, I castelli della Lombardia, Province di Milano e Pavia, Regione Lombardia, De Agostini, Novara, 1990
  • C. Montella, Grandi capitani di ventura, Mondadori, Milano, 1973
  • C. Perogalli, Castelli della Lombardia, Tamburini, Milano, 1969
  • C.Rendina, I Capitani di ventura, New Compton, Roma, 1985
Informazioni utili su alberghi, ristoranti, servizi
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  • Tel. Comune 0383589132
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Luchino, Jacopo, Luigi: quando la guerra è una tradizione di famiglia
Capostipite dei Dal Verme, nobile famiglia veronese di valenti soldati e condottieri, è Luchino, nato intorno al 1320 a Verona e ben presto passato, dopo una breve esperienza al servizio dei signori scaligeri, al soldo dei Visconti, allora in piena ascesa. Di lui si ricordò Francesco Petrarca, che ebbe modo di conoscerlo durante il suo soggiorno visconteo e che di lui tramandò ai posteri il ricordo di un capitano nobile d’animo e, fatto raro per un uomo di guerra dell’epoca, non crudele e sanguinario. Luchino si distinse anche per avere battuto il famoso condottiero John Hawkwood, detto Giovanni Acuto, che era arrivato in Italia chiamato dal marchese del Monferrato. In seguito Luchino passò con una certa disinvoltura tipica per un condottiero dell’epoca al soldo della Serenissima, dove fu impiegato a sedare la rivolta di Candia, l’attuale Creta, cosa che gli riuscì in brevissimo tempo. Dopo essere passato nuovamente al soldo dei Visconti e poi ancora dei Veneziani, morì in Oriente, in Siria, nel 1372.
Il figlio Jacopo, nato anch’egli a Verona nel 1350, seguì le orme paterne e si mise per un breve periodo al servizio di Galeazzo II, per poi passare ai signori di Verona che, guarda caso, erano in lotta proprio con i Visconti. Richiamato a Milano da Bernabò, che insieme al nipote Gian Galeazzo aveva ereditato la Signoria dal defunto Galeazzo II, Jacopo tramò con il giovane nipote e lo aiutò a sbarazzarsi dello zio Bernabò conquistandosi così la definitiva fiducia di Gian Galeazzo e della moglie Caterina. Jacopo si distinse in numerose imprese, la più famosa delle quali resta forse la sconfitta di Giovanni d’Armagnac, chiamato in soccorso dai bolognesi minacciati dal Visconti: questi, mentre cercava di ricongiungersi alla milizie fiorentine guidate da Giovanni Acuto, venne sorpreso, sconfitto e fatto prigioniero il 25 luglio 1391 presso Castellazzo. La vittoria, che infiammava l’orgoglio delle milizie viscontee fece esultare anche l’ Ariosto, che in un’ottava del trentatreesimo canto del suo Orlando Furioso cantò “ E la gente di Francia malaccorta, tratta con arte ove la rete è tesa, al conte Armeniaco, la cui scorta l’avea condotta all’infelice impresa, giaccia per tutta la campagna morta, parte sia tratta in Alessandria presa: e di sangue, non men che d’acqua grosso, il Tanaro si vede il Po far rosso ”. Nel 1408, ormai stanco del comportamento di Giovanni Maria Visconti, che aveva affidato il comando generale delle milizie a un condottiero senza scrupoli, Facino Cane, Jacopo abbandonò Milano e ben presto morì, non è ben chiaro se combattendo in Oriente o nel suo palazzo veneziano, senza ottenere dai Visconti quella signoria che, per i servigi resi, gli sarebbe spettata di diritto. Vi riuscì il figlio, Luigi, che nella guerra tra Milano e Venezia si distinse al fianco del duva visconteo. Nel 1441 il Visconti gli donò i feudi di Bobbio, Castel San Giovanni e Voghera: quest’ultimo fu il più amato e qui, nel loro castello, i dal Verme tennero vita principesca. Con gli Sforza ai dal Verme vennero ulteriormente confermati i loro privilegi e divennero fra i più potenti feudatari italiani. Con la morte di Galeazzo Maria Sforza iniziò il loro declino, ormai messi da parte dal nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro.

Foto gentilmente concesse dal Comune di Zavattarello (PV).