Calascio (L’Aquila)
  • Epoca: secolo XII-XVI
  • Conservazione: Parzialmente integro
  • Apertura al pubblico:
  • Come arrivare:
    A24 Roma-L’Aquila. Uscita L’Aquila est, quindi seguire le indicazioni per Sulmona.

La storia
Rocca Calascio, situata a quasi 1500 metri di altitudine, vanta il primato di essere il castello a quota più alta e maggiormente conservato d’Italia.
Le prime notizie sul borgo di Rocca Calascio, citato come una delle cinque terre appartenenti alla Baronia dei Carapelle, si trovano nella Corografia Storica degli Abruzzi dell’Antinori, ma il primo documento nel quale viene citata la Rocca vera e propria, definita come torre di avvistamento isolata, risale al 1380. Si ritiene che quest’ultima sia di origine romana in virtù della sua posizione rispetto ai diverticoli tratturali e del tipo di conci lapidei costituenti la struttura portante. Successivo è l’involucro difensivo ricalcante la pianta quadrata del puntone con quattro possenti torri tonde angolari. Secondo recenti studi e approfondimenti si ritiene che questo intervento sia il prodotto della riconquista e del nuovo assetto difensivo, in area abruzzese, voluto da Federico II con la sua politica di riconquista delle terre a nord così come accaduto per la fortificazione di Termoli.
La rocca, come accennato, ebbe un notevole ruolo anche per il controllo dei tracciati minori del tratturo apparato primario dell’economia locale basata quasi esclusivamente sulla transumanza.
Nel secolo XV la rocca passò nelle mani dei Piccolomini e probabilmente, forse proprio ad opera di Antonio Piccolomini, venne realizzato il circuito fortificato posto a difesa dell’agglomerato urbano che era stato semidistrutto dal terremoto del 1461.
Nel 1579 Costanza Piccolomini, ultima discendente della famiglia, vendette i possedimenti, tra i quali Rocca Calascio, al Granduca di Toscana.
Nel 1703 un altro terremoto distrusse il castello e il paese sottostante. Questa volta però non si procedette ad una nuova ricostruzione e solamente le abitazioni poste nella parte più bassa vennero ristrutturate. Nel 1743 Rocca Calascio passò a Carlo III di Borbone, re di Napoli, ma il recente e devastante terremoto del 1915 ne aveva ormai segnato il declino inesorabile e il paese venne lentamente abbandonato, tanto che nel 1957 non contava più neppure un abitante.
Negli ultimi anni sono state restaurate alcune casette e in una di queste è oggi possibile alloggiare in un rifugio-ostello-ristorante. Ultimamente anche la Rocca è stata oggetto di restauri e consolidamenti che l’hanno resa visitabile al pubblico.

L’architettura
Costruita interamente in pietra calcarea locale, Rocca Calascio si fonde e quasi confonde con il paesaggio impervio e roccioso in cui è inserita. La Rocca è costituta da un nucleo originario, un possente maschio di forma quadrata oggi in parte cimato, il cui ingresso è collocato a 5 metri dal livello del suolo. Nel XIII secolo attorno al maschio fu costruita una cerchia muraria quadrata munita agli angoli di 4 torrioni circolari fortemente scarpati ma privi di apparati difensivi a sporgere.
Ai piedi della Rocca si sviluppò un villaggio, cinto anch’esso da mura e collegato alla Rocca.
La sua posizione elevata ne faceva un punto di osservazione privilegiato, in grado di comunicare - di notte tramite torce e di giorno tramite l’uso di specchi - con molti altri punti strategici situati sul territorio, fino ad arrivare ai castelli e alle torri della costa adriatica.

Bibliografia
  • A.L. Antinori, Corografia Vol. XXXIII – Rocca di Calascio
  • M. Moretti, Architettura medievale in Abruzzo, ed. De Luca, Roma, 1971
  • C. Perogalli, Castelli dell’Abruzzo e del Molise, ed. Görlich, Milano, 1975
  • L. Martella, Rocca Calascio: problematica strutturale e storica di un borgo d’alta quota, in BDASP a. LXVI-LXVIII (1976-1978), pp. 173-203
  • G. Chiarizia, A. Gasparrini, W. Tortoreto, 1985 pp.274-275, Castelli d’Abruzzo, in Almanacco, Annuario, Agenda d’Abruzzo, ed. Editalia, Pescara
  • S. Gizzi, G. Chiarizia, I centri minori della Provincia dell’Aquila, a cura della Regione Abruzzo, tip. Fabiani, Pescara, 1987
  • AA.VV., Abruzzo dei castelli. Gli insediamenti fortificati abruzzesi dagli Italici all’unità d’Italia, ed. Carsa, Pescara, 1988
  • Arnaldo e Alessandro Vescovo, Castelli e rocche del Lazio e dell’Abruzzo, ed. Federico Motta, Milano, 2001
  • G. Chiarizia, Il patrimonio castellano abruzzese, in AA.VV., Abruzzo dei castelli. Gli insediamenti fortificati abruzzesi dagli Italici all’unità d’Italia, ed. Carsa, Pescara, 1988
Informazioni utili su alberghi, ristoranti, servizi
  • Sezione Abruzzo dell’Istituto Italiano dei Castelli, tel 086224013, e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • www.regione.abruzzo.it/turismo/index.html
  • Comune di Calascio, tel. 0862930732
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La Baronia di Carapelle
La Baronia di Carapelle, vasto e importante dominio feudale comprendente i territori di Castelvecchio, S. Stefano, Calascio e Rocca Calascio, si formò e sviluppò tra ila fine del 1200 e l’inizio del 1300.
Nel 1271 Carlo D’Angiò assegnò la Baronia ad un suo fedelissimo, Matteo del Plessiaco. Nel 1382 Carlo III di Durazzo unì la Baronia di Carapelle alle terre di Capestrano, Ofena e Castel del Monte e lì assegnò a Pietro da Celano, suo fedele militare. Nel 1435 il feudo, comprendente la Baronia di Carapelle e il Marchesato di Capestrano, passò in eredità a Jaccovella da Celano che, rimasta vedova di Odoardo Colonna, sposò in seconde nozze Giacomo Caldora e quindi in terze nozze Leonello Accrocciamuro. Da quest’ultima unione nacque Ruggerone. Questi combatté al fianco di Giovanni d’Angiò contro re Ferrante, ma la vittoria di quest’ultimo comportò per Ruggerone la perdita dei suoi possedimenti, che vennero affidati ad Antonio Todeschini Piccolomini, duca d’Amalfi e nipote di Pio II. L’ultima dei Piccolomini, Costanza, indebitata per la costruzione di S. Andrea della Valle a Roma, nel 1579 fu costretta a vendere il feudo al Granduca di Toscana, Francesco de’ Medici. In questo periodo la Baronia di Carapelle e il Marchesato di Capestrano raggiunsero il loro massimo splendore , in quando i Medici ne fecero la base operativa principale per il commercio della pregiata lana “carfagna”, prodotta in queste terre, lavorata in Toscana e poi venduta in tutta Europa. I Medici regnarono su queste terre fino al 1743, quando passarono al re di Napoli, Carlo III di Borbone.

Fotografie tratte dal volume di Arnaldo e Alessandro Vescovo, Castelli e rocche del Lazio e dell’Abruzzo, Federico Motta Editore, 2001.